La Repubblica dell’Artsakh dopo la guerra: intervista ad Armine Aleksanyan

Muro dei soldati armeni caduti durante il conflitto del Nagorno-Karabakh 2020 (Credits: VoA, Public domain, via Wikimedia Commons)

Il conflitto del Nagorno-Karabakh del 2020 ha cambiato lo status geopolitico nel Caucaso meridionale. Per decenni esperti e analisti regionali hanno classificato il Nagorno-Karabakh come un frozen conflict (conflitto congelato) fino a quando lo scorso settembre 2020 le forze armene ed azere si sono scontrate in una guerra di 44 giorni che ha causato vittime civili, sfollati, rifugiati e prigionieri di guerra.

Il recente conflitto ha sottolineato il fallimentare processo diplomatico e l’impossibilità del Gruppo di Minsk dell’OSCE di favorire una regolarizzazione nella regione che hanno indotto l’Azerbaigian a conquistare militarmente i territori della Repubblica di Artsakh (così è come gli armeni chiamano il Nagorno-Karabakh) come preannunciato più volte dal presidente azerbaigiano Ilham Aliyev e dalla leadership di Baku.

La guerra “di trincea” che aveva caratterizzato il Nagorno-Karabakh per decenni è così rapidamente evoluta in uno scontro che ha visto le forze militari azerbaigiane avvalersi di armamenti moderni e sofisticati come i droni forniti dalla Turchia e da Israele che hanno permesso a Baku di ottenere vittorie militari sulle forze armene e dell’Artsakh.

Abbiamo deciso di incontrare il Viceministro degli Affari Esteri della Repubblica dell’Artsakh, Armine Aleksanyan, per discutere le conseguenze geopolitiche e umanitarie del conflitto e per analizzare le possibili direttive in politica estera di Stepanakert.

Allo stato attuale il Governo italiano non ha ancora riconosciuto la Repubblica dell’Artsakh anche se il rapporto tra i due paesi è vivo e basato su legami culturali e storici. Qual è la situazione odierna delle relazioni diplomatiche tra Italia e Artsakh?

Anche se l’Italia e la Repubblica dell’Artsakh non hanno relazioni diplomatiche ufficiali, gli italiani sono sempre stati interessati al nostro paese e coinvolti nella promozione del processo di pace. Devo ricordare che recentemente la città italiana di San Vito dei Normanni ha approvato una delibera per riconoscere l’Artsakh e questo è un segno di come l’opinione pubblica italiana sia interessata alla nostra terra.

Un’attenzione particolare nei confronti dell’Artsakh è iniziata dopo la guerra dell’aprile 2016, perché questo evento ha spinto diversi giornalisti e blogger italiani a visitare il paese. Questa tendenza è stata confermata anche durante il recente conflitto considerando che diversi giornalisti italiani sono giunti qui per documentare quanto stava accadendo e le atrocità che la nostra popolazione ha subito a causa dell’azione militare azerbaigiana.

 
Inoltre, permettetemi di sottolineare come diversi artisti e scultori italiani hanno più volte effettuato viaggi in Artsakh (in particolare durante il simposio di Sushi che si tiene ogni due anni) e donato le loro sculture che ora sono disseminate in diverse città con l’obiettivo di abbellire la nostra terra e anche rafforzare il legame esistente tra noi e il popolo italiano.”.

Dopo il conflitto del Nagorno-Karabakh del 2020 il presidente azero Ilham Aliyev ha annunciato enormi investimenti nel territorio conquistato e ha dichiarato che il Governo di Baku ha come obiettivo quello di creare un’area in cui armeni e azeri possano vivere insieme in pace. Cosa ne pensate di questa affermazione? Inoltre, qual è la situazione attuale dei prigionieri di guerra, degli sfollati interni e dei rifugiati?

Non ci sono armeni che vivono nel territorio conquistato dall’Azerbaigian perché è semplicemente impossibile per loro. Coloro che non hanno avuto il tempo di fuggire prima che le forze azere entrassero nei villaggi e nelle città sono stati brutalmente uccisi o presi in ostaggio. Ci sono una serie di video su Telegram e Youtube diffusi dai soldati azeri in cui mostrano con orgoglio come torturano gli ostaggi o li decapitano. È impossibile o impensabile che le persone dell’Artsakh possano vivere in quei territori considerando la brutalità e i crimini di guerra che gli armeni hanno subito durante il conflitto a causa dell’aggressione azera. Parlando onestamente, la situazione dei prigionieri di guerra armeni, degli sfollati interni e dei rifugiati può essere etichettata come un incubo o un disastro e le parole di Aliyev possono essere ascritte all’interno della propaganda di Baku.

Human Rights Watch (HRW) ha recentemente pubblicato un rapporto in cui sottolinea che le forze azere hanno abusato dei prigionieri di guerra durante il conflitto del Nagorno-Karabakh del 2020. Secondo il rapporto di HRW, i soldati azeri hanno commesso crimini di guerra (ad esempio torture) senza rispettare le convenzioni di Ginevra. Le forze militari di Baku hanno usato artiglieria pesante e droni contro case, ospedali e scuole. Ci sono video condivisi sui canali Telegram dell’Azerbaigian che mostrano scene in cui gli ufficiali azeri hanno abusato dei prigionieri di guerra armeni. Inoltre, c’è una lunga lista di soldati armeni scomparsi le cui ultime notizie sono quelle che si riferiscono al loro essere sotto la custodia azera.

Fino ad ora Baku ha rilasciato solo 69 prigionieri di guerra e civili. Ciò che ci preoccupa è la recente dichiarazione di Ilham Aliyev che ha annunciato che il Governo di Baku ha restituito tutti i prigionieri di guerra all’Armenia anche se circa 200 persone sono ancora in prigionia perché accusate di essere sospetti terroristi.

Se volessimo davvero discutere di terrorismo nella regione dovremo menzionare quei mercenari e soldati che Ankara ha pagato 2000 dollari per combattere nelle file dell’esercito azero contro i nostri soldati e il nostro popolo. I servizi segreti di numerosi paesi, compresi i copresidenti dell’OSCE, Russia, Stati Uniti e Francia, hanno attestato che l’Azerbaigian, con l’assistenza della Turchia, ha utilizzato combattenti siriani nelle sue operazioni militari nel recente conflitto.[3] Dal momento che Ankara ha reclutato, trasportato e utilizzato questi combattenti nella zona del conflitto a sostegno della strategia militare di Baku, è possibile affermare che l’Azerbaigian ha fatto affidamento sui mercenari non rispettando la Convenzione internazionale contro il reclutamento, l’uso, il finanziamento e l’addestramento dei mercenari.

Come è possibile parlare del processo di pace regionale se i nostri prigionieri di guerra non possono tornare a casa e nel recente conflitto Baku e Ankara hanno usato mercenari per perseguire il loro sogno di creare uno Stato panturco? Vorrei attirare la vostra attenzione sulla recente retorica nazionalista di Ilham Aliyev basata sull’armenofobia e sulla promozione del panturchismo e del panislamismo. Durante il recente vertice del Consiglio di Cooperazione degli Stati di lingua turca, ad esempio, Ilham Aliyev ha continuato ad alimentare sentimenti anti-armeni non solo all’interno dell’Azerbaigian ma anche nelle società dei paesi di lingua turca e musulmani.

Possiamo, quindi, interpretare il conflitto del Nagorno-Karabakh del 2020 come un altro tentativo dell’Azerbaigian, sostenuto dalla Turchia e dai terroristi internazionali, di condurre un’aggressione militare su larga scala contro la Repubblica dell’Artsakh per realizzare le aspirazioni espansionistiche di Ankara-Baku causando così migliaia di morti e decide di migliaia di sfollati.

Ciò che Baku e Ankara stanno promuovendo è solo propaganda perché la nostra gente appartiene a questa terra fin dai tempi antichi. Non dobbiamo dimostrare al mondo il nostro patrimonio culturale e storico perché questo è un fatto chiaro a tutti. Le torture e le atrocità che l’Azerbaigian ha commesso durante la guerra e le dichiarazioni di Baku hanno come obiettivo finale quello di convincere l’opinione pubblica che gli armeni non hanno mai abitato questa terra. Sfortunatamente esiste una parte di mondo che crede nelle bugie azere e la prova è che nel XXI secolo l’Azerbaigian ha avuto la possibilità di attaccare militarmente la nostra terra con il solo e unico obiettivo di conquistarla e di demolire qualsiasi simbolo o traccia della nostra presenza. Il loro obiettivo è quello di eliminare il nostro passato storico e culturale distruggendo le nostre chiese e monumenti e il mondo sembra indifferente a ciò che sta accadendo qui. Tutti dovrebbero esserne consapevoli, perché ciò che sta capitando ora alla nostra gente e al nostro paese potrebbe essere replicato in futuro in altre parti del mondo, considerando che la comunità internazionale ha chiuso gli occhi e la leadership di Baku non ha pagato per i massacri e la violazione dei diritti umani commessi.

Abbiamo bisogno che la comunità internazionale comprenda quanto sia grave la situazione nel nostro paese e le conseguenze catastrofiche generate dall’aggressione azera. Attualmente, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) è l’unica organizzazione internazionale che opera nella nostra regione fornendo primo soccorso e supporto ai civili. Ciò significa che per il futuro dell’Artsakh e dell’intera umanità c’è bisogno che un numero sempre maggiore di organizzazioni internazionali siano coinvolte nelle nostre dinamiche locali non solo per fornire il loro aiuto e assistenza, ma anche per testimoniare e documentare i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani.”.

Bandiere al confine tra il territorio armeno e quello del Nagorno-Karabakh (Credits: ASRIE Analytica & SpecialEurasia)

La Russia e la Turchia hanno svolto un ruolo fondamentale nel Caucaso meridionale in special modo nel recente conflitto. Considerando che Ankara non ha mai riconosciuto il Genocidio Armeno e ha sempre sostenuto l’Azerbaigian mostrando il suo comportamento ostile nei confronti dell’Artsakh mentre Mosca è sempre stata vicina agli armeni, in che modo Russia e Turchia stanno influenzando il gioco geopolitico regionale?

La Russia è uno dei copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE insieme agli Stati Uniti e alla Francia ed è stata fortemente coinvolta nel processo di pace regionale. Mosca ha promosso l’accordo del cessate il fuoco firmato nel novembre 2020 tra l’Armenia e l’Azerbaigian che ha posto fine alle atrocità della guerra. Inoltre, le forze di peacekeeping russe sono ora schierate nella regione per garantire il processo di pace e la sicurezza al popolo armeno che vive nell’Artsakh.

Una questione differente è invece quella della Turchia, un paese che ha sempre voluto eliminare gli armeni sin dall’epoca del Genocidio Armeno. Possiamo dire che Ankara vuole finire ciò che ha iniziato nel secolo scorso. Allo stesso tempo il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si sforza di promuovere l’ideologia nazionale volta a stabilire uno Stato panturco insieme all’Azerbaigian. Dagli anni ‘90 la Turchia ha sostenuto l’Azerbaigian imponendo un embargo all’Artsakh e all’Armenia e nel recente conflitto, come ho detto prima, Ankara ha supportato enormemente Baku attraverso l’invio di truppe e mercenari mimetizzati con uniformi azere con l’obiettivo finale di distruggere la nostra terra ed eliminare le persone che la abitano.

Dopo il cessate il fuoco abbiamo sentito molte dichiarazioni della leadership di Baku e Ankara su come vorrebbero ricostruire la regione e migliorare lo sviluppo socioeconomico locale, ma possiamo valutare queste parole come solo propaganda per attirare l’attenzione e gli investimenti stranieri perché l’obiettivo finale che Turchia e Azerbaigian stanno cercando di raggiungere è il completo annientamento del popolo armeno di cui si sente parlare apertamente.”.

L’opinione pubblica è stata sorpresa nello scoprire che Israele ha sostenuto militarmente l’Azerbaigian vendendo armi (i famosi droni) sebbene gli armeni e gli ebrei condividano un destino comune legato ai genocidi del secolo scorso. Come è stato possibile?

“Il sostegno israeliano all’Azerbaigian è stata una sorpresa anche per il popolo armeno, perché abbiamo sempre considerato i membri della comunità ebraica come amici. Parlando onestamente, non credo che l’opinione pubblica in Israele abbia sostenuto ciò che il governo e l’industria militare hanno fatto in favore di Baku.

Vorrei sottolineare che la nostra terra e le persone che la abitano hanno molto in comune con Israele: entrambi abbiamo affrontato nel XX secolo i genocidi ai danni dei nostri popoli e successivamente abbiamo lottato per l’indipendenza e per il riconoscimento della nostra terra. Inoltre, la Diaspora Armena in Israele, e in generale in Medio Oriente, gioca un ruolo essenziale nella società locale. Questo significa che è possibile e auspicabile una forte cooperazione e partnership tra l’Artsakh e i paesi del Medio Oriente sebbene alcuni circoli politici e industriali abbiano dimostrato di essere più interessati al lato redditizio del conflitto.”.

Guardando al futuro del paese ci sono opportunità di investimento che potrebbero migliorare lo sviluppo socioeconomico nazionale?

Prima del conflitto l’Artsakh aveva stabilità economica e offriva molte opportunità agli imprenditori stranieri che volevano entrare nel nostro mercato. Il conflitto del Nagorno-Karabakh del 2020 ha sfortunatamente cambiato la nostra terra perché diverse infrastrutture sono state distrutte dalle forze militari azere.

Qualora la comunità internazionale dovesse riconoscere l’indipendenza dell’Artsakh il nostro mercato e la nostra economia avranno diversi vantaggi da offrire agli investitori stranieri i quali potranno visitare la nostra terra e scoprire le diverse opportunità economiche che offre.

Fino ad ora l’agricoltura e il turismo sono stati tra i principali settori che hanno attratto gli stranieri in Artsakh, ma ci sono altri settori emergenti come l’informatica e lo sviluppo di nuove tecnologie che possono attirare l’attenzione degli imprenditori stranieri.

Ciò che è fondamentale per il nostro popolo ora è riprendersi dal conflitto mentre il nostro Governo sta lavorando per rilanciare e riabilitare il paese dopo la guerra lavorando per la sicurezza e il riconoscimento internazionale. Lo sviluppo socioeconomico della nostra società fa parte di questo processo e il nostro obiettivo è quello di riportare il paese alla normalità e alla sicurezza in modo che la Repubblica di Artsakh possa tornare ad essere forte!“.

Autore: Giuliano Bifolchi