Libano: crisi interna, processo di pace con Israele e il ruolo di Hezbollah

Libano: crisi interna, negoziati con Israele e ruolo di Hezbollah_SpecialEurasia

Executive Intelligence Snapshot

Questo report ha come obiettivo analizzare l’attuale situazione di crisi in Libano dovuta sia alle dinamiche geopolitiche regionali del Medio Oriente e sia alle strategie di politica interna.

Il report evidenzia come la prolungata crisi economica e finanziaria in Libano, alimentata da un sistema di governance fortemente clientelare, continui a generare profonde ripercussioni sul tessuto sociale.

Tale instabilità sistemica rappresenta uno dei fattori chiave che consentono a Hezbollah di preservare il proprio radicamento e la propria influenza sia nelle dinamiche politiche interne, sia nella proiezione internazionale del Paese.

Contesto

Il 26 giugno 2026, sotto la mediazione degli Stati Uniti, è stato firmato a Washington un accordo quadro trilaterale per la pace e il disarmo di Hezbollah.

La leadership di Hezbollah ha messo in guardia il governo libanese sul rischio di una nuova guerra civile, parole a cui ha fatto eco il commento dello stesso Segretario Generale di Hezbolla, Naim Qassem, il quale ha definito l’accordo “nullo, umiliante e vergognoso”.

Il documento siglato prevede che le forze armate libanesi (LAF) assumano gradualmente il controllo del sud del Libano, procedendo al disarmo di Hezbollah e allo smantellamento delle sue infrastrutture in specifiche “zone pilota”. Solo dopo che un ente terzo (guidato dagli Stati Uniti) avrà verificato il disarmo di Hezbollah, le forze israeliane (IDF) si ritireranno progressivamente dall’area in questione.

Questo accordo è cruciale non solo nel contesto dell’attuale crisi in Vicino Oriente, ma anche per le sue potenziali ripercussioni sulla politica interna libanese. Per comprendere appieno l’impatto del documento, è infatti necessario considerare la natura unica del sistema politico del Paese, basato sul confessionalismo politico (o muhasasa ta’ifiyya in arabo, ovvero la spartizione confessionale), modello che affonda le sue radici nel Patto Nazionale (Al-Mithaq al-Watani) del 1943, un accordo verbale mai scritto, poi formalizzato e parzialmente modificato nel 1989 con l’Accordo di Taif che ha posto fine alla guerra civile.

La ripartizione delle cariche istituzionali principali prevede che la presidenza della Repubblica spetti a un cristiano maronita, la guida del governo (Primo Ministro) a un musulmano sunnita e la presidenza del Parlamento a un musulmano sciita. Anche i seggi parlamentari sono divisi rigidamente con un rapporto di 50:50 tra cristiani e musulmani, ulteriormente suddivisi tra le varie sottocomunità.

L’intento originario di questo consociativismo era garantire che nessuna comunità si sentisse esclusa o sopraffatta dalle altre, evitando così il ricorso alle armi. Con il tempo, tuttavia, il meccanismo si è trasformato in uno scudo per gli interessi di una leadership nazionale spesso accusata di corruzione, abile a sfruttare l’unicità del sistema a proprio vantaggio.

La crisi libanese, infatti, non deriva da un semplice scontro religioso, ma da un conflitto di interessi tra oligarchie finanziarie e politiche. Questo scontro è alimentato dal sistema di governo stesso e coinvolge attori stranieri, i quali sostengono le diverse fazioni locali per perseguire i propri scopi geopolitici.

La conseguenza diretta di questo sistema di governo è stata la pietrificazione del potere nelle mani dei cosiddetti Zu’ama (i leader feudali e confessionali), veri e propri clan che rappresentano le dinastie politiche reali del Libano moderno. I Jumblatt controllano storicamente la comunità drusa attraverso il Partito Socialista Progressista; la famiglia Hariri (fondata da Rafik e poi guidata da Saad) ha rappresentato il punto di riferimento del blocco sunnita; Samir Geagea (Forze Libanesi) e Michel Aoun (Movimento Patriottico Libero, oggi rappresentato dal genero Gebran Bassil) si contendono ferocemente la leadership della frammentata comunità cristiana.

Questi leader hanno perpetuato il proprio potere attraverso due pilastri strettamente interconnessi. Il primo è il clientelismo sistemico. Lo Stato libanese, privato di istituzioni centrali forti, funziona come un distributore di risorse che i singoli leader intercettano per redistribuirle alle proprie comunità sotto forma di posti di lavoro, favori ecclesiastici, cure mediche o sicurezza.

Il secondo pilastro è la retorica della paura, nota localmente come il continuo richiamo alla fitna (faida o guerra civile). Ogni volta che il sistema rischia di crollare sotto il peso della propria inefficienza o della corruzione, i leader delle fazioni libanesi utilizzano la minaccia dell’aggressione da parte delle altre confessioni per distogliere l’attenzione politica e spingere l’elettore, anche quello più critico, a rifugiarsi sotto l’ala protettiva del proprio “capo clan” per puro istinto di sopravvivenza. Il risultato è una paralisi perenne che ha portato al collasso economico totale del Paese.

In questo contesto in Libano si è creata quella che nel paese viene chiamata l’alleanza tra la Militia e la Bank, ovvero tra i signori della guerra ed i banchieri, che ha portato al collasso finanziario e politico libanese, generando il default del 2019.

Riad Salameh, che ha guidato la Banque du Liban (BDL) per trent’anni, ha architettato quelle che venivano eufemisticamente chiamate “ingegnerie finanziarie”. Le banche commerciali drenavano i dollari della diaspora libanese offrendo tassi d’interesse fuori mercato (spesso superiori al 15%), per poi depositare quegli stessi dollari presso la Banca Centrale. La BDL usava quel denaro fresco per finanziare l’enorme deficit dello Stato e per mantenere artificialmente stabile il cambio fisso tra lira libanese e dollaro.

Lo Stato, a sua volta, dilapidava questi fondi nei ministeri spartiti tra i vari partiti confessionali. I soldi finivano in appalti gonfiati, nel buco nero del settore elettrico (gestito per decenni in modo fallimentare) e nel pagamento di stipendi a una macroscopica rete di dipendenti pubblici assunti solo per clientelismo elettorale.

La Banca Mondiale, che ha definito la crisi libanese come una delle tre peggiori crisi economiche globali dalla metà del XIX secolo, ha definito questo meccanismo “Schema Ponzi di Stato”. Quando i flussi di nuovi capitali dall’estero si sono arrestati, il sistema su cui si reggeva il Paese è crollato.

Ciò che è accaduto subito dopo il crollo economico del 2019 conferma la collusione tra l’élite politica e quella finanziaria. Mentre ai cittadini comuni veniva imposto un blocco illegale e de facto dei conti correnti (i cosiddetti lollars, ovvero dollari intrappolati nel sistema che potevano essere prelevati solo in lire svalutate, subendo un taglio drammatico del proprio potere d’acquisto), i leader politici, i grandi azionisti delle banche e gli oligarchi hanno trasferito miliardi di dollari all’estero, sfruttando la totale assenza di una legge ufficiale sul controllo dei capitali, deliberatamente mai approvata dal Parlamento.

La lira libanese ha perso oltre il 98% del suo valore, l’iperinflazione ha polverizzato i salari, l’elettricità statale (Électricité du Liban) è ridotta a poche ore o minuti al giorno, costringendo i cittadini a pagare i racket dei generatori privati commerciali, e la povertà ha superato la soglia dell’80%.

La nuova leadership libanese e l’accordo trilaterale

Analizzando le figure istituzionali che hanno sottoscritto o gestito il recente e storico accordo trilaterale (Libano-Israele-USA) queste figure sembrerebbero collocarsi su un piano istituzionale differente.

Joseph Aoun, eletto Presidente della Repubblica dal Parlamento nel gennaio 2025 (dopo oltre due anni di stallo politico), è l’ex comandante in capo delle Forze Armate Libanesi (LAF) e ha guidato l’esercito durante il collasso economico preservandone la coesione. Aoun gode di un forte appoggio internazionale (in particolare dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea).

Nawaf Salam, Primo Ministro dal febbraio 2025, è un giurista e diplomatico di carriera internazionale di altissimo profilo. È stato ambasciatore del Libano all’ONU e, fino al 2025, giudice e Presidente della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) all’Aia.

Simon Karam, Capo della delegazione negoziale, è un diplomatico e avvocato maronita di lungo corso, è stato ambasciatore del Libano negli Stati Uniti negli anni ‘90. Storicamente è legato ai movimenti civili e intellettuali che si opponevano all’occupazione siriana.

Pur trattandosi di figure distanti dalla precedente amministrazione, elette proprio per scardinare il clientelismo che ha trascinato il Paese dei cedri in una crisi profonda, l’accordo ha scatenato dure critiche nei loro confronti. L’accusa principale è quella di aver svenduto la sovranità nazionale in cambio dell’immunità. Tale accusa si poggia su tre elementi strutturali, asimmetrici e storici del Libano che l’opinione pubblica sta evidenziando con forza.

L’accordo siglato prevede che l’esercito libanese (LAF) assuma gradualmente il controllo del sud del Libano, procedendo al disarmo di Hezbollah e allo smantellamento delle sue infrastrutture in specifiche “zone pilota”. Solo dopo che un ente terzo (guidato dagli Stati Uniti) avrà verificato il disarmo di Hezbollah, le forze israeliane (IDF) si ritireranno progressivamente, ma non fissa una data certa per questo ritiro.

Inoltre, Israele e gli USA rimangono i giudici di questo processo. Questo schema subordina il ritiro dell’occupante straniero a una condizione interna libanese (l’eradicazione delle milizie di Hezbollah), il che, dal punto di vista del diritto internazionale classico, è una parziale cessione di sovranità sotto ricatto militare (dopo un’offensiva israeliana che da marzo ha fatto più di 4.000 morti).

Il sospetto che dietro l’intesa si celi un patto politico non dichiarato, volto a garantire una sorta di immunità, nasce proprio dal suo tempismo. Da un lato, la ricerca di un compromesso si lega ai negoziati con l’Iran, che ha posto il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale libanese come condizione indispensabile per il proprio accordo di pace con gli Stati Uniti. Dall’altro, molti osservatori ipotizzano che la vera priorità di Joseph Aoun e Nawaf Salam fosse blindare la propria posizione interna, proteggendola dalla concorrenza degli avversari interni.

Anche se Aoun e Salam non sono coinvolti in scandali come Riad Salameh, l’accusa di immunità va intesa in senso politico e geopolitico. L’opposizione sostiene che Washington abbia garantito loro la protezione politica e la sopravvivenza istituzionale (il mantenimento delle loro cariche contro i tentativi di rovesciamento da parte dei vecchi partiti) in cambio dell’estromissione di Hezbollah e dell’Iran dall’equazione di sicurezza del Paese.

Nel contesto libanese, l’immunità non va intesa solo come mera esenzione da sanzioni penali, ma si configura come una formale legittimazione internazionale dei leader in qualità di unici interlocutori. Tale avallo diplomatico favorirà, tra l’altro, permetterà lo sblocco dei sussidi economici da parte di Washington, indispensabili per finanziare l’apparato burocratico e l’esercito, garantendo così la stabilità e la sopravvivenza di questo governo.

Il ruolo di Hezbollah

In questo quadro si inserisce Hezbollah (Partito di Dio), attore autoctono nato come risposta locale all’invasione israeliana del 1982 e dal senso di abbandono della comunità sciita del Sud e della Bekaa. Laddove lo Stato, afflitto da corruzione come descritto nei paragrafi precedenti, ha smesso di erogare servizi, il Jihad al-Binaa (il ramo dello sviluppo edilizio e sociale di Hezbollah) ha costruito scuole, ospedali (come l’Al-Rasoul al-Aazam) e una rete di microcredito (Al-Qard Al-Hasan) che ha letteralmente permesso la sopravvivenza di centinaia di migliaia di famiglie libanesi durante il default della lira.

Un esempio significativo della strategia di Hezbollah fu l’importazione di carburante iraniano nel 2021 che si rivelò un successo di pragmatismo politico, perché in grado di aggirare lo Stato e rispondere a un bisogno essenziale della popolazione civile.

Esperti regionali, così come indiscrezioni provenienti dalle agenzie di intelligence occidentali, hanno sottolineato come la credibilità del Partito di Dio sia dovuta anche al fatto che i ministri e deputati di Hezbollah non sono storicamente associati al saccheggio sistemico del tesoro pubblico o ai conti offshore a Ginevra, fattore dovuto alla ideologia del martirio e della disciplina interna che ha preservato la leadership dal clientelismo cleptocratico dei vecchi Zu’ama.

Imponendo il controllo statale e lo smantellamento delle infrastrutture civili e para-militari nelle “zone pilota”, l’amministrazione Salam (con l’attuale accordo) cerca di sostituire il welfare di Hezbollah con gli aiuti umanitari internazionali convogliati attraverso Beirut. Culturalmente, per la base di Hezbollah, questo viene percepito come un tentativo di affamare e disarmare la comunità che ha resistito a Israele, imponendo un “modello Gaza” di controllo asfissiante.

Da un punto di vista geopolitico regionale, l’accordo di Washington è un tentativo chirurgico di tagliare il terminale più prezioso dell’Iran nel Mediterraneo. Per trent’anni l’arsenale missilistico di Hezbollah è stato l’unica reale dottrina di difesa del Libano (la cosiddetta equazione dell’oro: Esercito, Popolo, Resistenza). Dal punto di vista di Teheran, Hezbollah garantiva un sistema di difesa contro un attacco israeliano ai propri siti strategici. Accettare il disarmo forzato nel Sud, anche se graduale, significa per Hezbollah perdere la propria ragion d’essere geopolitica.

Sul piano dell’intelligence, la transizione imposta dall’accordo è la più pericolosa della storia moderna del Paese e poggia su un enorme punto interrogativo operativo. L’offensiva israeliana iniziata nel 2024 e culminata nel 2025/2026 ha dimostrato una spaventosa penetrazione di intelligence (umana e tecnologica) all’interno delle comunicazioni e della catena di comando di Hezbollah. Il movimento oggi è militarmente ferito, privato di gran parte della sua leadership storica, ed è costretto a negoziare da una posizione di debolezza relativa.

L’accordo prevede che l’esercito regolare libanese entri nel Sud per disarmare la Resistenza. Questa è l’operazione di intelligence e sicurezza più delicata: circa il 40% dei soldati e dei quadri intermedi dell’esercito libanese, infatti, è di fede sciita. Molti di loro hanno fratelli o cugini tra i ranghi di Hezbollah. Se il comando militare di Joseph Aoun forzasse la mano ordinando uno scontro frontale, il rischio di un ammutinamento o di una spaccatura confessionale dell’esercito stesso (replicando il tragico scenario del 1976) sarebbe altissimo.

In sintesi, Washington e Tel Aviv concedono a Beirut stabilità finanziaria, sblocco dei fondi internazionali e legittimità politica alle nuove figure (Aoun e Salam), a patto che queste completino quanto iniziato da Israele negli anni passati, ossia neutralizzare la presenza militare di Hezbollah a ridosso del confine.

L’articolo 13 dell’accordo trilaterale ed il bavaglio diplomatico

Il testo dell’Articolo 13, firmato a Washington il 26 giugno 2026, impegna formalmente Beirut a “cessare qualsiasi azione ostile o avversa nei forum politici o legali internazionali”. In parole semplici, il Libano non potrà più denunciare o intentare causa a Israele davanti a qualunque organo internazionale.

Dall’8 ottobre 2023 fino alle devastanti offensive del 2025/2026, i bombardamenti israeliani hanno causato in Libano oltre 8.000 morti e un milione di sfollati interni, il targeting documentato di giornalisti e operatori sanitari, e la distruzione di interi villaggi nel Sud.

Fino a prima della firma, in Libano c’era una fortissima pressione della società civile e di alcuni ministri per concedere una giurisdizione speciale alla Corte Penale Internazionale (CPI) per indagare Israele per crimini di guerra. L’Articolo 13 blocca sul nascere questa possibilità. Firmando questa clausola, lo Stato libanese si è impegnato a non attivare la CPI e a non sostenere missioni d’inchiesta dell’ONU. Per le famiglie delle vittime, questo significa barattare la giustizia in cambio di una tregua.

Il testo non parla solo di forum “legali” (tribunali), ma anche di forum “politici”, ovvero Beirut non potrà più promuovere o votare risoluzioni di condanna contro Israele all’Assemblea Generale dell’ONU, all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) o in altre agenzie internazionali, costringendolo di fatto a una normalizzazione forzata e passiva nei confronti di Tel Aviv.

Conclusione

Analizzando la situazione interna libanese è possibile sottolineare come il malcontento riguardo l’accordo trilaterale nasca dal fatto che questo costringe il Libano a fare enormi concessioni di sicurezza a Israele in cambio di una promessa di stabilità futura interamente gestita da Washington. Per metà del Paese, questo non è un trattato di pace, ma una capitolazione geopolitica.

Sulla base del piano espansionistico promosso da Netanyahu con il nome di “Grande Israele”, secondo una porzione della società libanese rimuovere l’unico corpo militare in grado di arginare la conquista dei territori libanesi potrebbe rivelarsi un errore fatale.

Il Libano si trova davanti a un bivio storico. Se Hezbollah accettasse un ripiegamento tattico e una progressiva transizione verso un ruolo puramente politico e sociale (sul modello del disarmo dell’IRA in Irlanda del Nord), il Paese potrebbe evitare la guerra civile, ma perderebbe la sua storica postura di resistenza anti-israeliana, entrando nell’orbita di influenza euro-statunitense. Se invece Hezbollah decidesse di arroccarsi e considerare i firmatari di Beirut come traditori al soldo di potenze straniere, l’accordo di Washington non non diverrebbe l’inizio della pace, ma la prima pagina di un nuovo, devastante conflitto interno libanese.

L’analogia tattica con la Striscia di Gaza appare evidente. Qualsiasi futuro atto di aggressione militare perpetrato nel Libano meridionale non verrà più configurato come l’attacco di una potenza straniera contro uno Stato sovrano, bensì come un’operazione di pulizia interna concordata con Beirut per motivi di sicurezza.

Anche la narrativa strategica israeliana ricalca il paradigma applicato a Gaza, laddove le autorità di Tel Aviv dichiarano che cesseranno i bombardamenti e le incursioni solo a seguito della totale eradicazione dei militanti. Di conseguenza, ogni tentativo di difesa del territorio libanese intrapreso da Hezbollah verrà sistematicamente qualificato come una violazione formale dei termini dell’accordo, fornendo a Israele il pretesto giuridico e politico per autorizzare nuovi attacchi.

Written by

  • Silvia Boltuc

    SpecialEurasia Co-Founder & Managing Director. She is an International affairs specialist, business consultant and political analyst who has supported private and public institutions in decision-making by providing reports, risk assessments, and consultancy. Due to her work and reporting activities, she has travelled in Europe, the Middle East, South-East Asia and the post-Soviet space assessing the domestic dynamic and situations and creating a network of local contacts. She is also the Director of the Energy & Engineering Department of CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo and the Project Manager of Persian Files. Previously, she worked as an Associate Director at ASRIE Analytica. She speaks Italian, English, German, Russian and Arabic. She co-authored the book Conflitto in Ucraina: rischio geopolitico, propaganda jihadista e minaccia per l’Europa (Enigma Edizioni 2022).

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