
Executive Intelligence Snapshot
L’Operation Economic Outcast rappresenta un’evoluzione della strategia statunitense di coercizione verso l’Iran: attraverso sanzioni secondarie, pressione sui flussi petroliferi e finanziari e targeting delle reti di intermediazione, Washington mira a comprimere la capacità economica di Teheran e, indirettamente, a limitare l’integrazione sino-iraniana.
La crescente esposizione degli interessi cinesi introduce tuttavia un secondo teatro di competizione strategica, nel quale Pechino è chiamata a bilanciare la tutela dei propri approvvigionamenti energetici e delle infrastrutture finanziarie alternative con il rischio di sanzioni statunitensi, aumentando la probabilità di una progressiva escalation economica e normativa tra le due potenze.
Contesto Informativo
Il 19 agosto 2026, Donald Trump ha annunciato su Truth l’operazione di pressione economica più estesa mai intrapresa contro un Paese, l’Operation Economic Outcast, diretta contro l’Iran. Il Dipartimento del Tesoro statunitense non colpirà più soltanto la Repubblica Islamica, ma anche qualsiasi soggetto che ne sostenga l’economia, attraverso un sistema di sanzioni secondarie. La strategia di coercizione finanziaria nasce dall’impossibilità di ottenere una vittoria militare decisiva, a sei mesi dall’inizio dell’offensiva.
L’obiettivo è interrompere i flussi finanziari e petroliferi iraniani, con ricadute dirette anche sugli interessi strategici cinesi. Pechino ha reagito attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian, definendo le sanzioni secondarie statunitensi illegali e unilaterali, poiché non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza ONU. Jian ha ribadito che la cooperazione energetica e commerciale sino-iraniana rispetta il diritto internazionale e che la Cina adotterà tutte le misure necessarie per tutelare i propri interessi nazionali e le proprie aziende.
Il coinvolgimento cinese non è accidentale: Pechino assorbe circa l’80-90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Per questo, l’amministrazione Trump ha inserito nella lista nera alcune società private cinesi e di Hong Kong attive nella spedizione e nella raffinazione, evitando per ora i grandi istituti bancari statali cinesi, per limitare il rischio di destabilizzazione del sistema finanziario globale.
La pressione su Pechino si inserisce inoltre in un più ampio inasprimento del confronto economico USA-Cina. Nelle stesse settimane dell’Operation Economic Outcast, la Casa Bianca ha avanzato un nuovo pacchetto tariffario contro la Cina. Concluse le indagini ai sensi della Section 301 del US Trade Act, relative all’eccesso di capacità produttiva cinese e all’esportazione di merci a prezzi sottocosto, Washington ha formalizzato l’ipotesi di un ulteriore dazio del 7,5% sui beni cinesi.
La misura si aggiungerebbe ai dazi mirati già compresi tra 10% e 12,5%, introdotti per contrastare presunte violazioni nelle catene di approvvigionamento legate al lavoro forzato, e alle sanzioni punitive del 50% previste sui beni provenienti da Paesi che forniscono all’Iran assistenza o componenti commerciali e militari.
Le possibili contromisure cinesi, dalle restrizioni sull’esportazione di minerali critici alle ritorsioni commerciali, assumono particolare rilevanza perché arrivano a poche settimane dall’incontro ufficiale tra Donald Trump e Xi Jinping, ipotizzato alla Casa Bianca per il 24 settembre 2026.
Analisi
L’Operation Economic Outcast non è un semplice pacchetto sanzionatorio contro l’Iran, ma un’operazione di coercizione finanziaria secondaria globale. Per Pechino, rappresenta un attacco diretto alla propria architettura di sicurezza e sviluppo.
La prima vulnerabilità riguarda la sicurezza degli approvvigionamenti. La Cina è il maggiore importatore mondiale di greggio e assorbe circa l’80-90% dell’export petrolifero iraniano, destinato soprattutto alle raffinerie indipendenti cinesi, le cosiddette teapot dello Shandong. Queste acquistano il greggio a prezzi fortemente scontati utilizzando yuan o sistemi di baratto, riducendo l’esposizione al dollaro.
Sul piano finanziario, Iran e Cina hanno costruito un circuito parallelo per aggirare l’esclusione di Teheran da SWIFT e dai pagamenti in dollari ed euro. L’Iran utilizza il CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) per regolare le transazioni in yuan, ma le principali banche statali iraniane vi accedono prevalentemente in modo indiretto, attraverso intermediari, società di comodo a Hong Kong, piccoli istituti cinesi e banche dedicate come la Kunlun Bank. Sono proprio questi canali, oggi, a essere colpiti dal “D-Day economico”.
L’ingresso iraniano nei BRICS e nella Shanghai Cooperation Organisation (SCO) ha inoltre accelerato i negoziati per collegare direttamente la rete bancaria iraniana SEPAM ai sistemi alternativi di Cina (CIPS) e Russia (SPFS).
L’integrazione resta tuttavia parziale per due ragioni. La prima è la cautela di Pechino: l’accesso diretto delle banche iraniane maggiormente sanzionate è limitato per proteggere gli intermediari cinesi con forte esposizione internazionale dal rischio di sanzioni secondarie USA. Qualsiasi istituto che garantisca una linea di sopravvivenza finanziaria a Teheran rischia infatti l’esclusione dal sistema dei pagamenti in dollari, dal mercato interbancario statunitense e da SWIFT.
Finora Washington ha colpito soprattutto società intermedie, ma la minaccia di sanzionare anche i grandi istituti bancari statali cinesi coinvolti nei pagamenti ha aumentato la pressione su Pechino. Circa l’80% della messaggistica interbancaria utilizzata globalmente dal CIPS passa ancora attraverso lo standard ISO/SWIFT; per questo, quando gestisce flussi sensibili verso Teheran, la Cina ricorre a percorsi di trasmissione dati dedicati.
La dimensione finanziaria si intreccia così con quella geopolitica. La strategia di Trump mira a indebolire l’ordine internazionale alternativo che Pechino sta costruendo con i partner mediorientali e i BRICS, utilizzando al contempo la pressione sull’Iran come leva negoziale nei confronti della Cina in vista del prossimo vertice bilaterale.
Un elemento centrale di questo ordine multipolare è la dedollarizzazione. Il circuito sino-iraniano non si basa infatti soltanto sul CIPS (e quindi lo Yuan), ma anche su oro e asset digitali. Colpendo i canali delle criptovalute, dell’oro e dei sistemi di clearing alternativi utilizzati dall’Iran per commerciare con la Cina, Washington dimostra di poter intercettare anche le reti commerciali informali cinesi.
Nel 2021, Cina e Iran hanno firmato un accordo di cooperazione strategica venticinquennale dal valore teorico di 400 miliardi di dollari. Un azzeramento della capacità economica iraniana renderebbe Teheran finanziariamente inattiva, riducendo il valore degli investimenti infrastrutturali e della presenza strategica cinese legata alla Belt and Road Initiative (BRI) nel Medio Oriente occidentale.
In questa prospettiva, diversi analisti hanno sostenuto, dopo l’attacco all’Iran del febbraio 2026, che mentre l’obiettivo israeliano fosse la destabilizzazione della leadership rivoluzionaria, quello statunitense potesse essere Pechino, ormai profondamente penetrata nel Golfo Persico.
L’uso delle sanzioni iraniane come strumento di pressione sulla Cina non è però nuovo. Nel 2021, per contrastare la long-arm jurisdiction statunitense, Pechino ha costruito una risposta giuridica fondata su due pilastri.
Il primo sono le Blocking Rules del Ministero del Commercio, che consentono al governo cinese di ordinare alle società presenti in Cina di non conformarsi a restrizioni straniere ritenute ingiustificate, come quelle che impediscono di commerciare con l’Iran.
Il secondo è la Anti-Foreign Sanctions Law (AFSL), approvata dal Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo. L’Articolo 12 vieta a individui e organizzazioni presenti in Cina di applicare “misure restrittive discriminatorie” straniere. Se un’impresa applica sanzioni USA causando danni a un partner cinese, quest’ultimo può quindi agire davanti ai tribunali cinesi per ottenere un risarcimento.
La legge è rimasta a lungo soprattutto uno strumento deterrente e politico, ma ha acquisito una struttura esecutiva nel marzo 2025, quando il Consiglio di Stato ha emanato le Provisions for Implementation of the AFSL, fornendo a tribunali e autorità i protocolli per intervenire contro le entità che rispettano le misure sanzionatorie straniere.
Con l’escalation delle sanzioni sull’Iran, il blocco della shadow fleet e la pressione sulle raffinerie cinesi teapot, il Ministero del Commercio cinese ha iniziato a emettere ordini di blocco vincolanti, vietando a banche, assicuratori e operatori logistici cinesi di conformarsi alle sanzioni secondarie USA contro gli operatori del greggio iraniano.
Il “D-Day economico” e l’estensione del blocco marittimo-finanziario rappresentano quindi il punto di convergenza tra i limiti logistico-militari statunitensi in Medio Oriente e la competizione per l’egemonia globale con la Cina.
Conclusione
Conseguire la vittoria contro l’Iran unicamente con la forza aeronavale diretta comporta un tasso di consumo (burn rate) di armamenti non sostenibile sul lungo periodo, specie di fronte al rischio di un conflitto parallelo nell’Indo-Pacifico. Utilizzare la morsa economica consente a Washington di congelare la capacità bellica iraniana senza dover consumare costanti risorse militari ad alto costo.
A questo si somma lo scontro sempre più caldo con il gigante cinese. Il Tesoro USA mira a dimostrare che i canali di pagamento bilaterali non basati sul dollaro (come le compensazioni CIPS o l’uso dello Yuan) rimangono vulnerabili all’extraterritorialità sanzionatoria e all’intercettazione dell’intelligence finanziaria statunitense.
In questo scenario, la tenuta economica dell’Iran dipende quasi interamente dalla portata e dalla determinazione della risposta cinese.